Scoperta un’ “Atlantide” di 5000 anni fa

Una tranquilla spiaggia della Grecia: così si presenta oggi Pavlopetri, sulle coste della Laconia, all’estremità meridionale del Peloponneso. Eppure, ad appena una cinquantina di metri dalla costa, custodisce un segreto che si sta svelando popo a poco: si tratterebbe, infatti, della città sommersa più antica del mondo! Siamo ben lontani dall’Inghilterra, ma, proprio dal Regno Unito, dall’Università di Nottingham, è partito quest’anno un team di archeologia guidati da Jon Henderson, professore associato presso il Dipartimento di Archeologia. Assieme a colleghi greci della Soprintendenza per le ricerche Sottomarine, guidati da Elias Spondylis, sono ritornati sui passi dell’oceanografo britannico Nicholas Flemming, che, negli anni Settanta, qui aveva individuato, armato di semplici pinne e boccaglio, una città sommersa. Apparve subito chiaro che si trattava di una città vera e propria, con tutto quello che si aspetterebbe di trovarvi: strade, abitazioni private, edifici pubblici, tombe. Le rovine erano già allora estese su un’ampia superficie e si datavano all’epoca micenea. Ora, armati di nuove tecnologie, tra cui il sonar, gli archeologi subacquei hanno dato il via a un nuovo programma che, fondi permettendo, si annuncia di durata perlomeno quinquennale.

Ancora più grande

La prima campagna, come era ovvio attenders, è stata di indagini preliminari: ricognizione e rilievi. Eppure le aspettative non sono state deluse, nemmeno in questa primissima fase. Innanzitutto si è potuto stabilire che l’insediamento era ben più esteso di quanto finora creduto, dal momento che la superficie oggetto delle ricognizioni è notevolmente aumentata: 9000 mq in più nella sola campagna del 2009, su un sito la cui estensione totale è pari a ben 30-40.000 mq. Si è poi potuto individuare un edificio, probabilmente di tipo pubblico, dalla lunghezza di 35 metri circa: andrebbe caratterizzato come megaron, cioè come edificio in cui aveva sede (e forse abitava) il gruppo sociale emergente. E ancora, i numerosi rinvenimenti ceramici recuperati (oltre 230 frammenti, in questa prima campagna), che risalgono anche alla Prima età del Bronzo, permettono di riportare all’indietro di almento 1200 anni la datazione dell’occupazione del sito: non più, quindi, una città micenea, ma un insediamento che risale almeno all’età minoica.

La rete dei traffici commerciali

“Questi sito offre opportunità rare e importanti, poichè non è stato mai rioccupato e quindi rispecchia un istante congelato del passato”, ha commentato Spondylis: insomma, una specie di piccola Pompei sottomarina. Inoltre, “dal momento che si tratta di un insediamento portuale, l’analisi dei rinvenimenti permetterà di studiare le modalità secondo cui si praticava il commercio marittimo durante l’età del Bronzo”, ricorda Henderson. Pavlopetri offre anche la possibilità di studiare un nuovo insediamento, dunque, che poteva aver sviluppato traffici marini a media e lunga distanza. Ma ora gli archeologia si domandano perchè questa città sia stata sommersa dalle acque, forse anche parecchio tempo dopo essere stata abbandonata. Nel tentativo di rispondere a tale quesito, gli oceanografi dello Hellenic Centre for Marine Research, sotto la direzione di Dimitrisi Sakellariou e in collaborazione con Nicholas Flemming, effettueranno indagini geologiche nella zona, alla ricerca dell’antica linea di costa e delle cause dello spostamento delle sabbie: fu uno tsunami a mutare l’aspetto delle coste? Oppure si trattò di subsidenza, vale a dire dell’abbassamento del terreno provocato dal compattamento degli strati sottostanti? O ancora, la città fu coperta dalle acque in seguito all’innalzamento del livello marino? Per questa piccola, grande Atlantide del Mediterraneo restano dunque molte risposte da trovare.

Articolo scritto da Valentina Di Napoli e apparso sul mensile “Archeo Anno XXV Numero 11 (297) Novembre 2009″

All’interno del mensile altre foto subacquee delle operazioni di scavo

Fonte: centroufologicotaranto.wordpress.com

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