Green Economy, con il 2% del Pil crescita intelligente e lotta alla povertà

Secondo il rapporto “Towards a Green Economy Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication“, presentato ai ministri dell’ambiente di oltre 100 Paesi in occasione dell’apertura della XXVI sessione straordinaria del Consiglio di amministrazione dell’Unep/Forum ministeriale mondiale sull’ambiente in corso a Nairobi, «Investire il 2% del Pil mondiale in 10 settori chiave permetterebbe di mettere in opera la transizione verso una green economy caratterizzata da basse emissioni di carbonio e dall’utilizzo efficace delle risorse. Sostenute da politiche nazionali e internazionali preoccupate per il futuro, questi investimenti (circa 1,3 trilioni di dollari all’anno in media sulla base delle cifre attuali) permetterebbero all’economia mondiale di conoscere un trend di crescita più o meno uguale, se non superiore, alle previsioni dei modelli economici in vigore. Ma senza aggravare i rischi, gli shock, le penurie e le crisi sempre più inerenti all’economia “grigia” esistente, responsabile dell’esaurimento delle risorse e del livello elevato delle emissioni di carbonio».

L’Unep sottolinea che «Queste conclusioni rimettono totalmente in causa il mito dell’arbitraggio tra investimenti ambientali e crescita economica e punta il dito contro l’attuale “cattiva allocazione flagrante dei capitali”». Il rapporto sottolinea che «Un’economia verde è pertinente non solo per le economie più sviluppate ma costituisce anche un catalizzatore essenziale di crescita e di eradicazione della povertà nei Paesi in via di sviluppo, dove circa il 90% del Pil prodotto dalle popolazioni povere dipende dalla natura o da capitali naturali quali le foreste o l’acqua dolce».

Il documento fa l’esempio dell’India, dove il National rural employment guarantee act, un programma che assicura almeno 100 giorni di lavoro remunerato alle famiglie rurali, ha investito più dell’80% dei suoi 8 miliardi di dollari in attività legate alla salvaguardia dell’acqua, all’irrigazione e allo sviluppo fondiario: «Questo programma ha prodotto 3 miliardi di giorni di lavoro dei quali hanno profittato circa 60 milioni di famiglie. La Cambogia, l’Indonesia, le Filippine e il Vietnam perdono oggi il 2% del loro Pil combinato a causa delle malattie di origine idrica dovute alla cattiva qualità dell’igiene pubblica. Delle politiche che riorientino più dello 0,1% del Pil mondiale all’anno, potrebbero contribuire a risolvere entro il 2050 i problemi di depurazione e a preservare l’acqua dolce grazie ad una riduzione della domanda idrica di un quinto in rapporto alle stime».

Il rapporto è stato prodotto dall’Unep in collaborazione con economisti ed esperti di tutto il mondo e parte dall’assunto che «La realizzazione e la sostenibilità nel lungo periodo degli Obiettivi del millennio per lo sviluppo (dalla riduzione della metà del numero di persone che soffrono la fame fino alla riduzione della metà delle popolazioni prive di accesso all’acqua potabile salubre) costituiscono un solo e stesso obiettivo. Abbassare le emissioni di gas serra a livelli molto meno pericolosi di 450 parti per milione nel 2050 è un altro obiettivo globale».

I ricercatori e gli esperti che hanno collaborato con l’Unep hanno modellizzato i risultati delle politiche che potrebbero ridirigere circa 1,3 trilioni di dollari verso gli investimenti verdi e spiega che «À titolo di comparazione, questa somma rappresenta meno di un decimo dell’investimento totale annuo nel capitale fisico. Attualmente, tra l’1 e il 2% del Pil mondiale è dedicato a diverse sovvenzioni che perpetuano spesso l’utilizzo non sostenibile delle risorse in settori quali i combustibili fossili, l’agricoltura (comprese le sovvenzioni ai pesticidi), l’acqua e la pesca. Un gran numero di queste partecipa al degrado dell’ambiente e all’inefficacia dell’economia mondiale. La loro riduzione o la loro scomparsa progressive rappresenterebbe molteplici vantaggi e libererebbe delle risorse per finanziare la transizione verso una Green economy».

Rispetto al mantenimento dello statu quo, la transizione globale verso la green economy permetterebbe non solo di aumentare i tassi di crescita ma produrrebbe anche delle entrate procapite superiori a quelle dei modelli economici attuali, riducendo l’impronta ecologica di circa il 50% nel 2050. Il rapporto riconosce che «La marcia verso lo sviluppo sostenibile passerà inevitabilmente per la perdita di posti di lavoro in alcuni settori, quale la pesca. Per assicurare una transizione equa e socialmente accettabile, bisognerà investire, a volte attraverso la riallocazione delle somme recuperate dal calo delle sovvenzioni dannose, nella formazione ed acquisizione delle nuove conoscenze per alcuni segmenti della manodopera mondiale».

Il rapporto è fiducioso e dimostra che con il passare del tempo il numero di «lavori nuovi e decenti creati» in settori che vanno dalle energie rinnovabili all’agricoltura sostenibile compenserà le perdite di quelli prodotti dalla vecchia economia “bruna”. Per esempio, «Investire circa l’1,25% del Pil mondiale all’anno nell’efficienza energetica e nelle energie rinnovabili diminuirebbe la domanda mondiale di energia primaria del 9% nel 2020 e di circa il 40% nel 2050. Il livello di impiego del settore dell’energia sarebbe superiore di un quinto a quello dello scenario del mantenimento dello statu quo perché le energie rinnovabili rappresenteranno circa il 30% della domanda mondiale di energia primaria entro la metà del secolo». In uno scenario di green economy, le economie di capitali e dei costi del combustibile per la produzione di elettricità si eleverebbero a 760 miliardi di dollari all’anno in media tra il 2010 e il 2050.

Il rapporto evidenzia anche le possibilità considerevoli che presenterebbe il disaccoppiamento della produzione dei rifiuti dalla crescita del Pil, anche in termini di recupero e riciclaggio e fa l’esempio della politica di responsabilità allargata dei produttori della Corea del sud cha «Regolamentato i prodotti del tipo batterie/pile, pneumatici ed imballaggi (vetro e carta) e prodotto un aumento del 14% dei tassi di riciclaggio ed un beneficio economico di 1,6 miliardi di dollari». Anche in Brasile «Il riciclaggio genera già un guadagno di 2 miliardi di dollari all’anno, evitando allo stesso tempo l’emissione di 10 milioni di tonnellate di gas serra. Un’economia che praticasse il riciclaggio integrale in questi Paesi produrrebbe un beneficio equivalente allo 0,3% del Pil».

Fonte: greenreport.it
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