MISTERIOSA STRUTTURA ARTIFICIALE SCOPERTA SU MARTE ?

giugno 7, 2011

Un astronomo dilettante, David Martines, analizzando le scansioni di Google Mars ha scoperto quello che sembrerebbe un edificio bianco e lungo sulla superficie di Marte! Le coordinate sono: 71°49’19.73″N 29 33’06.53″W. Nasa e Google finora non hanno risposto ufficialmente alle richieste di chiarimento formulate dai blog e dai media americani. Cosa ne pensate?


Nasa: colonizzare Marte fra 20 anni. “Chi partirà non potrà più tornare sulla Terra”

gennaio 11, 2011

Gli eventuali futuri colonizzatori di Marte dovranno avere almeno 60 anni. Le prime indiscrezioni sulle possibili identikit degli astronauti designati a partire per un viaggio senza ritorno cominciano a trapelare. Dunque, che ci piaccia o no, il progetto di colonizzazione del pianeta rosso si fa sempre più concreto.

Dirk Schulze-Makuch, professore della Washingotn State University, si è pronunciato al riguardo in un articolo. Se molti si interrogano sui problemi etici relativi ad un allontanamento a vita di questi uomini, c’è chi chiarisce subito che gli astronauti dovranno essere convinti di non poter più far rientro sulla Terra.

I costi sarebbero proibitivi per un viaggio di andata e di ritorno. Per non parlare del fattore tempo. Due scienziati che si stanno occupando di pianificare nei dettagli il programma, propongono che la missione cominci con l’invio di due navicelle il cui equipaggio sia formato da due persone sessantenni. Questi voleranno separatamente e le loro astronavi dovranno servire come quartier generale durante l’intera permanenza. Solo successivamente seguiranno gli invii regolari di altri ‘coloni’ e di rifornimenti.

Come è noto ormai da un mese, ossia dal momento in cui la notizia è stata diffusa dalla Nasa, l’ambizioso progetto è stato denominato ‘Hundred Years Project’. Il primo a parlarne fu Pete Worden dal Nasa Research Centre, attirando su di sé una scia di opinioni contrastanti. Oggi, Schulze-Makuch e Paul Davies, un fisico dell’Arizona State University, prospettano che il viaggio di sola andata possa iniziare già tra una ventina d’anni.

Anche la scelta dell’età degli astronauti non è un caso: la missione esporrà il fisico della persona a delle forti radiazioni. Queste danneggeranno irrimediabilmente gli organi riproduttivi degli astronauti. Inoltre, il volo verso Marte ha una durata di sei mesi. Ciò comporterà una riduzione della durata della vita a causa del fattore temporale legato alla distanza Terra-Marte. E lo scenario che troveranno ad accoglierli sarà del tutto ostile alle peculiarità umane: atmosfera rarefatta, acqua ghiacciata, diossido di carbonio e, chissà, anche qualche segno di vita aliena.

Tagliando sui costi di carburante necessario per il rientro e sugli indispensabili rifornimenti, la missione potrebbe costare l’80 per cento in meno. Ma la questione su cui si dibatte è che ai cosmonauti non verrà proposta una ‘missione suicida’. “Gli astronauti andranno su Marte con lo scopo di vivere lì per il resto dei loro giorni”, scrivono Davies e Schulze-Makuch.

Adesso, quel che preoccupa di più è il reperimento del denaro sufficiente a finanziare il progetto. Ciò che occorre è “un miliardario eccentrico”, per dirla con le parole di Schulze-Makuch. E già affiorano i primi nomi dei possibili finanziatori: l’inglese Richard Branson, il fondatore di PayPal, e Jeff Bezos, l’ideatore di Amazon.com.

La fantascienza che diventa realtà, dunque. Quel che eravamo abituati a vedere sui grandi schermi, di persone che soccombono alla depressione o alla pazzia, vittime di alieni o dei propri computer, si sta concretizzando. E l’aspetto psicologico, infatti, non è da trascurare. Pensiamo allo stress da abbandono al quale questi colonizzatori del terzo millennio saranno sottoposti. La letteratura scientifico-psichica ci parla proprio di questo: di menti irrimediabilmente compromesse. Siamo proprio sicuri che (anche) questo sia il giusto prezzo da pagare in nome della scienza?

Fonte: http://www.nextme.it


Marte, sedimenti suggeriscono la presenza in passato di un ambiente adatto alla vita

gennaio 11, 2011

Se la vita su Marte ha mai potuto avere una possibilità per svilupparsi, è stato in zone calde e con presenza di acqua liquida e vapore. Mentre molti esperti concordano sul fatto che l’acqua su Marte c’è stata, circa 3,5 miliardi di anni fa questa prima fase su Marte finì. Il clima sul pianeta rosso passò drammaticamente da un periodo relativamente caldo e umido a uno arido e freddo. Eppure, c’è stato almeno un avamposto in cui gli scienziati pensano che questa tendenza sia stata più lenta.
Un team guidato da geologi planetari presso la Brown University ha scoperto accumuli di un minerale depositato su un cono vulcanico meno di 3,5 miliardi di anni fa che testimonia un passato caldo e umido e può conservare le prove di uno dei microambienti abitabili più recenti su Marte. Se la vita su Marte o le sue antiche tracce vanno cercate, è lì o in ambienti simili che dovremmo guardare.
Osservazioni da parte del satellite della NASA, il Mars Reconnaissance Orbiter, ha permesso ai ricercatori di identificare minerali come la silice idrata, un segnale che ci dice che l’acqua era presente in quel luogo. Tale circostanza ed i cumuli trovati sui fianchi di un cono vulcanico forniscono la migliore prova che su Marte c’era un deposito intatto di un ambiente idrotermale – una fumarola di vapore o una sorgente calda. Tali ambienti potrebbero avere fornito un habitat ideale anche per alcune delle prime forme di vita sulla Terra.
“Il calore e l’acqua necessari per creare questo deposito probabilmente hanno reso questa una zona abitabile”, ha detto J.R. Skok, un ricercatore alla Brown e autore principale dello studio comparso su Nature Geoscience. “Se la vita è stata presente lì, questo sarebbe il luogo più promettente dove potrebbe essere stata sepolta – un cimitero per microbi, per così dire.”
Nessuno studio è mai riuscito a stabilire con certezza se Marte abbia o meno mantenuto forme di vita, ma questa scoperta aiuta ad accumulare prove che in alcuni momenti e in alcuni luoghi, Marte ha ospitato ambienti favorevoli per la vita microbica. Il deposito si trova nella zona vulcanica pianeggiante nota come Sirte Maggiore (Syrtis Major) e si pensa che fosse ancora adatto alla vita durante il primo periodo chiamato Esperiano, quando la maggior parte di Marte era già diventata fredda e arida.
“Marte ha perso la sua acqua,” ha detto Skok, “e questo è stato l’ultimo posto ospitale del pianeta, che è mano a mano diventato più secco e arido”.
Le concentrazioni di silice idrata sono state individuate su Marte in precedenza, tra cui un accumulo quasi puro trovato dal Mars Exploration Rover Spirit della NASA nel 2007. Tuttavia, questo è il primo deposito trovato in un ambiente intatto che mostra chiaramente l’origine del minerale.
“Abbiamo un contesto eccezionale in questo deposito”, ha detto Skok. “E’ proprio sul fianco di un vulcano. Le condizioni sono rimaste essenzialmente le stesse di quando la silice si è depositata”.
Il piccolo cono sorge a circa 100 metri dal pavimento di una depressione chiamata Nili Patera. Il Patera si estende per circa 50 chilometri nella Sirte Maggiore lungo l’equatore marziano. Prima che il cono si formasse, la lava fluiva liberamente, ricoprendo le pianure nelle vicinanze. Il crollo di una camera magmatica sotterranea da cui lava era precedentemente fuoriuscita ha creato la depressione, una sorta di scodella. Colate laviche successive hanno ricoperto il pavimento del Nili Patera. Il cono è cresciuto anche da flussi magmatici successivi.
“Siamo in grado di leggere una serie di capitoli di questo libro di storia, e comprendere che questo cono è cresciuto da un’ultimo sussulto di un gigantesco sistema vulcanico”, ha detto John “Jack” Mustard, professore di scienze geologiche e co-autore della ricerca, essendo il relatore della tesi di Skok presso la Brown University. “Il raffreddamento e la solidificazione del magma ha concentrato il suo contenuto di silice e acqua”.
Le osservazioni delle telecamere sul Mars Reconnaissance Orbiter hanno rivelato le placche di questi depositi vicino al vertice del cono, che poi si espandevano giù su un fianco e sul terreno pianeggiante nelle vicinanze. I ricercatori hanno stretto una partnership con Scott Brown Murchie dei laboratori di fisica applicata alla Johns Hopkins University, per analizzare le immagini del satellite.
La silice può essere sciolta, trasportata e concentrata mediante acqua calda o vapore. La silice idrata indica la chiara presenza in passato di sorgenti termali o fumarole alimentate dal riscaldamento sotterraneo creato da questi depositi. I depositi di silice intorno ai camini idrotermali in Islanda sono tra i migliori esempi paralleli sulla Terra.
“La zona abitabile sarebbe dovuta essere dentro e lungo i condotti che trasportavano l’acqua calda”, ha detto Murchie.

Fonte: gaianews.it


Scoperte altre nuove frane su Marte

gennaio 11, 2011

Una recente frana nel cratere Zunil su Marte. Foto NASA/JPL/University of Arizona

Grazie al MRO (Mars Orbiter Reconnaisance) e la fotocamera a bordo HiRISE, gli scienziati sono in grado di monitorare Marte per i cambiamenti in atto sul paesaggio. Lo fanno mettendo a confronto immagini vecchie con quelle nuove, scoprendo nuove frane come questa recente nel cratere Zunil. “Il colore e la rifrazione indicano che una frana si è verificata  poco tempo fa, troppo recente per essere stato ricoperta da polvere”, scrive Alfred McEwen, ricercatore principale di HiRISE, scrivendo sul sito web “La ricerca di cambiamenti come questo ci aiuterà a comprendere meglio i processi attivi.” McEwen ha detto che la frana avrebbe potuto essere innescata da una “Marsquake” (terremoto marziamo detto anche Martemoto (*) leggi le note a fine articolo ) o un evento di basso impatto ambientale. “

Questa frana è stata notata da Stu Atkinson, massi e detriti sono sotto di una ripida scarpata nella zona polare nord. Foto NASA/JPL/University of Arizona

Il nostro ‘occhio di falco’ pal Stuart Atkinson ha notato questa frana su una ripida scarpata nella regione polare nord. Sembra che molta roccia è sia caduta dalla scogliera, e le discussionei sul forum di UnmannedSpaceflight.com indicano le zone come possibili macchie di ghiaccio depositato sulla parete rocciosa.

Burroni ghiacciati nella Northern Summer. Foto NASA/JPL/University of Arizona

Questa immagine è eccezionalmente sorprendente per la bellezza degli avvallamenti. Ci sono due scuole di pensiero su questi tipi di calanchi:

1) molti scienziati ritengono che queste gole siano state scolpite dall’ acqua liquida e soprattutto da poco tempo, rendendo questa recente scoperta di estremo interesse.

2) Un secondo parere è che sono gli accumuli di brina nel burrone che sciogliendosi provocano una valanga, escludendo così come causa l’ acqua allo stato liquido. Gli scienziati del MRO continueranno ad analizzare molte immagini come questa, al fine di cercare di capire se è davvero l’acqua liquida responsabile per i calanchi, frane e valanghe oppure no.

Altra valanga lungo le pareti della Bahram Vallis. Foto: NASA/JPL/University of Arizona

Questa immagine di Bahram Vallis ha grandi cumuli di materiale nel fondovalle. Questi depositi di materiale hanno la classica forma e accumulo delle frane o crolli di rotazione, in cui il materiale lungo l’intera parete crolla giù con i detriti al seguito alla base del pendio, “proprio come una persona che cade all’indietro dalla sedia”, scrive Frank Chuang dal team di HiRISE. Il fatto che le frane si siano verificate qui indica che le pareti della valle non sono stabili.

(*) Le informazioni inviate sulla Terra dal sismometro della Viking 2 nei 564 giorni marziani in cui lo strumento è rimasto operativo non hanno fornito chiari segni di un’attività interna marziana. Poiché il sismometro era alloggiato nel corpo della sonda e non isolato dagli agenti atmosferici, esso si comportava principalmente come un anemometro, rivelando i forti venti che soffiavano sul lander. C’è stato un solo evento, registrato durante la notte, quando i venti sono normalmente bassi, che potrebbe essere stato un martemoto (di magnitudo Richter 2,8). Tuttavia il fenomeno non ha potuto essere evidentemente confermato dal secondo sismometro, né confrontato con i dati meteorologici del Viking, che in quel momento non venivano rilevati.

Marte, in un lontano passato, è stato fisicamente “scosso” da un’intensa attività tettonica, che oggi non è più presente. Ciononostante, i ricercatori ipotizzano che il pianeta possa ancora avere un’attività sismica dovuta al raffreddamento della litosfera, lo strato che comprende la crosta e la parte superiore del mantello. Marte, quindi, potrebbe essere un corpo sismicamente più attivo della Luna, con martemoti occasionali secondo alcuni finanche di magnitudo 6. (cit.art)

Traduzione a cura del Centro Ufologico Ionico

Fonte: universetoday.com – centroufologicoionico.com


Marte aveva un gigantesco oceano e 40.000 fiumi

gennaio 11, 2011
Quando aveva appena un miliardo di anni Marte era un pianeta blu, ricco di acqua. Probabilmente un grande oceano nell’emisfero Nord lo occupava per un terzo, la terraferma era piena di laghi e i fiumi erano almeno 40.000.
E’ il ritratto di Marte com’era 3,5 miliardi di anni fa, descritto sulla rivista Nature Geoscience dall’italiano Gaetano Di Achille, che ha lasciato l’Italia, dove ha studiato nell’ universita’ di Pescara ”Gabriele D’Annunzio”, per gli Usa. ”E’ un altro passo verso la definizione del bilancio idrologico di Marte, anche se la conferma definitiva potra’ venire solo dal ritrovamento di sedimenti”, osserva il direttore della Scuola internazionale di scienze planetarie (Irsps) dell’universita’ di Pescara, Gian Gabriele Ori. Due anni fa il suo gruppo aveva studiato la firma chimica dell’antico oceano. ”Ora aggiungiamo un altro tassello importante”, dice Di Achille, che nel Laboratorio di Fisica spaziale e dell’atmosfera dell’universita’ del Colorado ha lavorato con il geologo planetario Brian Hynek. Il nuovo panorama di Marte e’ il risultato della prima ricerca che riunisce i dati osservati dal 2001 ad oggi dai satelliti di Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa) in orbita attorno a Marte. Per Di Achille ”non e’ ancora una prova definitiva”, ma sembra ormai molto probabile che in passato un oceano profondo circa 550 metri copriva il 36% del pianeta e conteneva circa 124 milioni chilometri cubi di acqua. Non si puo’ escludere che un ambiente come questo possa avere ospitato forme di vita. Analizzando le valli scavate dai 40.000 fiumi marziani e i depositi nei delta di 52 di essi, i ricercatori hanno trovato la conferma che ”il ciclo dell’acqua su Marte era molto simile a quello della Terra, con piogge, acqua che scorreva sulla superficie, si accumulava in laghi e in un oceano, formava ghiacciai ed evaporava”, spiega Di Achille. I confini del grande oceano marziano erano delineati dai depositi fluviali dei 52 delta considerati nella ricerca (29 dei quali erano collegati sia all’oceano sia ai tanti laghi vicini); i grandi fiumi che confluivano nell’oceano erano alimentati da numerosi affluenti e, come sulla Terra, erano sullo stesso livello. ”Difficile dire – prosegue il ricercatore – quanto sia durato tutto questo e resta da capire che fine abbia fatto tutta quell’acqua”. Secondo una delle ipotesi piu’ accreditate circa 3,5 miliardi di anni fa Marte perse il campo magnetico che lo proteggeva dal vento solare; esposta alla miriade di particelle provenienti dal Sole, l’acqua rimase senza difese, le sue molecole cominciarono a dissociarsi, disperdendosi nell’ atmosfera. Parte di quell’acqua e’ ancora presente, sotto forma di ghiaccio, nel terreno e nelle calotte polari di Marte. Ora Di Achille proseguira’ le sue ricerche su Marte in Olanda. Scaduto il periodo di lavoro in Usa, in questi giorni e’ in Italia e in autunno si trasferira’ in Olanda, nel Centro di ricerche dell’Esa. ”Starei volentieri in Italia – ha detto – perche’ e’ possibile fare queste cose anche qui, ma non c’e’ purtroppo la possibilita’ materiale di fare questo lavoro. Ogni giorno cerco i concorsi per ricercatori, ma non ci sono, devo arrangiarmi cosi”‘.

Fonte: Ansa.it


LE MISTERIOSE STRUTTURE DI MARTE

gennaio 11, 2011

Alcune recenti foto scattate al pianeta rosso farebbero presumere la presenza sul terreno marziano di alcune strutture anomale, forse di origine artificiale: è quanto afferma lo studioso italiano Ennio Piccaluga, direttore della rivista ufologica “Area di Confine” e grande esperto del pianeta Marte. Le immagini qui presentate, risalgono al 2004 e furono scattate dalla sonda europea Mars Express; esse salirono alla ribalta già nel 2006 tra gli addetti ai lavori, sempre per opera del Piccaluga che già all’epoca ne denunciò la scoperta. Ora queste foto, che mostrano presunte strutture a forma di “ziggurat”, sono divenute di dominio pubblico ed hanno la presunzione di dimostrare la presenza passata o attuale di una forma di vita aliena sul pianeta in questione. Le foto n. 1 e 2 in effetti, presentate sia in bianco e nero che a colori, fanno intravedere in maniera abbastanza dettagliata la presenza di “strutture particolari”, che secondo molti, non possono essere frutto del caso. Anche la ricostruzione presentata nell’ultima foto (foto n. 3) che ha graficamente e fedelmente ricostruito l’immagine della struttura marziana, pulendola  letteralmente “dalla polvere accumulatasi” nel tempo, lascia poco spazio a dubbi: al di sotto della struttura principale a torretta si noterebbe la presenza di sette gradoni, proprio come nelle ziggurat terrestri. Altri indizio di presunta artificialità sarebbe il cratere quadrato visibile nella foto in bianco e nero (che non può essere certamente di natura naturale, poiché i meteoriti producono crateri di forma circolare): essendo molto vicino alla “ziggurat” si presume che il materiale per costruire la struttura sia stato ricavato proprio da lì. Gli enti spaziali internazionali, a partire dalla NASA, non vogliono naturalmente prendere posizione sul caso. Chi ha cercato di farlo ne ha pagato direttamente le conseguenze: da ricordare è infatti il caso di quel dipendente dell’Ente Spaziale Europeo licenziato nel 2004 per aver affermato che le strutture fotografate sul pianeta rosso dalle sonde spaziali non erano di origine naturale, ma erano costruite da una presunta civiltà aliena. Come già avviene abbondantemente per il fenomeno degli UFO la gente viene tenuta all’oscuro di tutto, forse per paura di una reazione di panico nel sapere che nell’universo esistono altre forme di vita oltre la nostra. Ormai però questo è un concetto “superato”: prima o poi la verità sarà di dominio pubblico, anche per lo sforzo che in questi ultimi anni i gruppi ufologici di tutto il mondo stanno operando nei confronti dei governi mondiali per avviare il cosiddetto “disclosure”.

Fonte: unonotizie.it – Centro Ufologico di Benevento Mars Group Campano – danilo1966.splinder.com


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